C’è una cosa che facciamo continuamente senza rendercene conto: aspettiamo di sentirci pronti.
Aspettiamo di sapere cosa succederà, di avere un piano migliore, di essere più sicuri, più preparati, più tranquilli. Aspettiamo quel momento in cui ogni pezzo sembra finalmente andare al proprio posto e possiamo dire: “Adesso sì. Adesso posso cominciare”.
Il problema è che quel momento, quasi sempre, assomiglia a un treno che continuiamo ad aspettare sulla banchina senza sapere che non passerà mai con l’orario che abbiamo in mente.
Perché la vita non ci consegna quasi mai una mappa completa.
Ci dà una direzione, qualche indicazione e, spesso, una quantità considerevole di nebbia.
Pensiamo a quando partiamo per un viaggio in automobile. Prima di metterci in strada possiamo controllare il percorso, fare il pieno, scegliere dove fermarci e studiare la destinazione. Ma nessuna mappa ci dirà esattamente cosa incontreremo a ogni curva. Potremmo trovare traffico, una strada chiusa, un temporale improvviso o un percorso migliore di quello che avevamo previsto.
Eppure partiamo.
Non perché conosciamo tutto il viaggio.
Partiamo perché conosciamo abbastanza per fare il primo tratto.
Nella vita, invece, pretendiamo spesso qualcosa di molto più difficile: vorremmo conoscere l’intero percorso prima di muovere il primo passo.
“E se poi sbaglio?”
“E se scelgo la strada sbagliata?”
“E se tra qualche anno scopro che non era quello che volevo?”
Sono domande comprensibili. Il problema è che possono trasformarsi in una condizione permanente.
Così rimandiamo una decisione finché non avremo abbastanza informazioni, rimandiamo un progetto finché non saremo abbastanza preparati, rimandiamo un cambiamento finché non avremo la certezza che sia quello giusto.
Ma la certezza assoluta, nella vita reale, è una merce molto rara.
E spesso le informazioni che cerchiamo prima di cominciare arrivano proprio dopo che abbiamo cominciato.
È una delle stranezze del viaggio.
Puoi studiare una strada per mesi, ma alcune cose le capirai soltanto quando ci camminerai sopra.
Puoi pensare per settimane a una conversazione, ma scoprirai cosa provi davvero soltanto quando inizierai a parlare.
Puoi immaginare per anni come sarebbe cambiare lavoro, ma alcune risposte arriveranno soltanto quando avrai avuto il coraggio di esplorare una possibilità concreta.
L’esperienza produce informazioni che l’attesa non può produrre.
E questo significa che il primo passo non deve necessariamente essere quello definitivo.
Può essere un esperimento.
Può essere una domanda.
Può essere una prova abbastanza piccola da permetterci di imparare qualcosa senza dover scommettere tutta la nostra vita.
Forse è questo che dimentichiamo quando pensiamo alle grandi decisioni. Le immaginiamo come ponti che, una volta attraversati, non permettono di tornare indietro. In realtà molte scelte assomigliano più a sentieri: possiamo percorrerli per un tratto, osservare dove conducono e, se necessario, cambiare direzione.
Non tutto deve essere deciso oggi.
Ma qualcosa può essere iniziato oggi.
E forse questa è una delle forme più concrete di fiducia in se stessi: non sapere esattamente come andrà e scegliere comunque di fare il prossimo passo.
Non significa essere incoscienti.
Significa accettare che una parte dell’incertezza appartiene inevitabilmente alla vita.
Possiamo preparare la valigia, controllare la strada e scegliere con attenzione la direzione. Ma non possiamo pretendere che il viaggio ci mostri tutto prima ancora di partire.
A un certo punto bisogna mettere in moto.
Perché alcune risposte non si trovano pensando più a lungo.
Si trovano vivendo abbastanza da poterle incontrare.
E forse non devi sapere dove porterà esattamente la strada.
Devi solo sapere se, davanti a te, c’è un passo che vale la pena fare.
Il resto della mappa potrebbe comparire mentre cammini.