C’è una frase che conosciamo tutti. A volte la pronunciamo ad alta voce, altre volte la lasciamo semplicemente passare nella nostra testa. “Non posso farlo perché…”
Dopo quel perché può arrivare quasi qualsiasi cosa. Non ho tempo. Non è il momento giusto. Gli altri non mi aiutano. Ho già provato. In questo periodo ho troppi problemi. Prima devo sistemare altre cose.
E spesso è tutto vero.
È proprio questo il punto.
Le scuse più efficaci non sono quelle inventate. Sono quelle che contengono una parte di verità.
Il tempo può davvero essere poco. Una situazione può davvero essere complicata. Qualcuno può davvero averci ostacolato. Possiamo davvero averci provato senza ottenere il risultato che speravamo.
Ma c’è una differenza sottile tra spiegare perché qualcosa è difficile e utilizzare quella spiegazione per convincerci che non possiamo fare nulla.
La prima ci aiuta a comprendere la realtà. La seconda rischia di trasformarla in una prigione.
Le scuse, infatti, hanno una caratteristica curiosa: nell’immediato ci fanno stare meglio. Ci liberano dalla responsabilità di scegliere, ci permettono di rimandare una decisione, ci restituiscono una sensazione di controllo. Se non posso farlo perché le circostanze sono contro di me, allora non devo nemmeno chiedermi cosa potrei fare diversamente.
È una piccola porta che si chiude.
Il problema è che, quando quella porta viene chiusa abbastanza volte, smettiamo persino di ricordare che esiste.
Pensa a una persona che da anni dice di voler cambiare lavoro. Ogni volta che l’argomento viene fuori c’è una ragione perfettamente comprensibile per rimandare. Il mercato non è buono. I figli sono ancora piccoli. Lo stipendio attuale serve. Prima bisogna aspettare il momento giusto.
Passano sei mesi. Poi un anno. Poi cinque.
E un giorno quella persona potrebbe scoprire una cosa scomoda: non è necessariamente rimasta ferma perché non esistevano alternative. È rimasta ferma perché, ogni volta che si presentava una possibilità, aveva trovato un motivo sufficiente per non attraversare quella porta.
Non c’è nulla di sbagliato nel decidere di restare dove siamo. A volte è esattamente la scelta giusta. Il problema nasce quando continuiamo a raccontarci che non abbiamo scelta, mentre in realtà abbiamo semplicemente paura delle conseguenze di una scelta.
Ed è qui che le scuse diventano costose.
Non presentano il conto oggi. Lo fanno lentamente.
Il prezzo può essere un’occasione non tentata, una conversazione rimandata, un progetto mai iniziato, una versione di noi stessi che rimane per anni sulla soglia senza entrare davvero nella stanza.
La parte più insidiosa è che, con il tempo, la giustificazione può trasformarsi in identità.
“Non sono una persona coraggiosa.”
“Non sono portato.”
“Non riesco a essere costante.”
“Ormai è troppo tardi.”
E così una frase nata per spiegare una situazione finisce per definire una persona.
Forse allora dovremmo cambiare domanda.
Non chiederci continuamente “Perché non posso?”, ma provare, almeno una volta, a domandarci: “Che cosa posso fare con quello che ho?”
Non è una domanda magica. Non elimina gli ostacoli e non promette risultati. Ma sposta il nostro sguardo dalla giustificazione alla possibilità.
E spesso non serve trovare una soluzione enorme. Basta individuare il passo successivo, quello abbastanza piccolo da poter essere fatto anche dentro le difficoltà che stiamo vivendo.
Perché la responsabilità non significa avere sempre il controllo.
Significa riconoscere lo spazio, anche minimo, nel quale possiamo ancora scegliere.
E forse il vero problema delle scuse non è che ci impediscono di fare qualcosa.
È che, raccontandole abbastanza a lungo, rischiamo di dimenticare quanto siamo capaci di fare quando smettiamo di averne bisogno.