Era una domenica mattina qualunque, di quelle che non promettono nulla e proprio per questo riescono a sorprenderti. L’aria era fresca, il sole filtrava tra gli alberi del parco e io stavo giocando a pallone con mio figlio, immerso in quella leggerezza che solo certi momenti sanno regalare.
Poi arrivò la domanda.
«Babbo, mi compri un lecca-lecca alla coca cola?»
Una richiesta semplice, quasi banale. Ma come spesso accade, dietro le cose più semplici si nascondono le sfide più interessanti. Non avevo un lecca-lecca, non c’erano negozi aperti nei dintorni e, soprattutto, non avevo nessuna soluzione immediata.
La risposta più logica sarebbe stata un “no”, magari accompagnato da una promessa vaga per il giorno dopo.
E invece dissi: «Entro la mattina lo avrai».
Non fu una frase strategica, né tantomeno una bugia. Fu qualcosa di diverso. Una convinzione, netta, quasi ostinata. Di quelle che non chiedono permesso alla realtà, ma si limitano a dichiarare la propria presenza.
Continuammo a giocare, ma dentro di me era cambiato qualcosa. Avevo preso una posizione, avevo scelto una direzione. E quando fai davvero questo, quando smetti di negoziare con il dubbio, inizi a guardare il mondo con occhi diversi.
Più tardi entrammo in una pasticceria, l’unico posto aperto in zona. Non cercavo davvero il lecca-lecca, almeno non in modo razionale. Eppure, mentre mi avvicinavo al bancone, accadde qualcosa che ancora oggi faccio fatica a definire con una parola sola.
Su uno scaffale, quasi fuori posto, come se qualcuno l’avesse dimenticato lì per errore, c’era lui. Il lecca-lecca. Non uno qualsiasi, ma proprio quello. Stessa marca, stesso gusto. Esattamente ciò che era stato chiesto poche ore prima.
In quel momento ho avuto la sensazione nitida che la realtà non fosse così rigida come avevo sempre pensato.
Non era cambiato il mondo là fuori. Era cambiato il modo in cui io mi ero posizionato rispetto a quel mondo.
È come se la vita fosse una grande stanza piena di oggetti. Tutti già presenti, tutti potenzialmente accessibili. Ma visibili solo a chi, in qualche modo, è pronto a riconoscerli.
La maggior parte delle persone attraversa quella stanza con lo sguardo basso, distratta, convinta che ciò che cerca non esista. Altri invece, per una strana combinazione di fiducia e attenzione, iniziano a notare dettagli che prima sembravano invisibili.
Da quel giorno ho smesso di pensare che per vedere qualcosa fosse necessario prima crederci poco. Ho iniziato a intuire l’opposto: che è proprio la qualità della nostra convinzione a determinare ciò che siamo in grado di cogliere.
Non si tratta di magia, né di qualche forza misteriosa che piega il mondo ai nostri desideri. È qualcosa di più sottile e, forse, ancora più potente.
Quando credi davvero in qualcosa, il tuo cervello smette di filtrare quella possibilità come improbabile. Inizia a cercarla, a riconoscerla, a darle spazio.
E così, senza accorgertene, ciò che prima non esisteva nella tua esperienza diventa improvvisamente parte della tua realtà.
Quel lecca-lecca, oggi, è ancora con me. Non per il suo valore in sé, ma per ciò che rappresenta.
È un promemoria silenzioso, quasi ironico nella sua semplicità, che mi ricorda ogni giorno una verità che tendiamo a dimenticare troppo in fretta: il mondo non risponde ai nostri dubbi, ma alle nostre convinzioni.
E forse, più che chiederci se qualcosa sia possibile, dovremmo iniziare a chiederci se siamo davvero disposti a crederci.