C’è un gioco al quale partecipiamo quasi tutti, anche se nessuno ci ha mai spiegato le regole.
Non serve una scacchiera, non ci sono arbitri e soprattutto non esiste un momento preciso in cui la partita comincia. Semplicemente, un giorno ci accorgiamo che stiamo guardando qualcuno e ci chiediamo: “Come mai lui è già arrivato lì e io no?”.
Da quel momento il confronto è iniziato.
Guardiamo il lavoro degli altri, le loro case, le vacanze, le relazioni, i risultati, il modo in cui sembrano affrontare la vita. Poi guardiamo la nostra e, quasi senza accorgercene, iniziamo a fare calcoli.
Lui guadagna più di me.
Lei sembra più felice.
Quella persona ha già ottenuto ciò che io sto ancora cercando.
E il confronto continua.
Il problema è che stiamo giocando una partita molto particolare: conosciamo il punteggio degli altri, ma non conosciamo le regole con cui hanno giocato.
È come entrare in uno stadio durante il secondo tempo, guardare il tabellone e decidere che la squadra in vantaggio è necessariamente quella che ha giocato meglio.
Non sappiamo cosa sia successo prima.
Non conosciamo gli infortuni, le occasioni perse, gli errori, gli anni di allenamento, le difficoltà che nessuno ha visto. Vediamo soltanto il risultato che appare davanti ai nostri occhi.
Eppure è esattamente così che spesso guardiamo la vita degli altri.
Vediamo il risultato, raramente il percorso.
Vediamo la fotografia, non le migliaia di immagini che sono venute prima.
I social hanno reso tutto questo ancora più evidente. Basta scorrere qualche minuto per entrare in una galleria infinita di traguardi, sorrisi, viaggi, progetti conclusi e momenti apparentemente perfetti. La nostra giornata, invece, continua ad avere bollette, dubbi, giornate storte, errori e quella fastidiosa sensazione di non aver fatto abbastanza.
Il confronto diventa allora inevitabile.
Ma c’è una domanda che potremmo farci più spesso:
“Sto confrontando la mia realtà con la realtà di questa persona, oppure con ciò che questa persona ha scelto di mostrarmi?”
La differenza è enorme.
Questo non significa che dovremmo smettere di guardare gli altri o di lasciarci ispirare da ciò che hanno realizzato. Il problema non è osservare. Il problema nasce quando trasformiamo l’osservazione in una sentenza sul nostro valore.
Una persona che corre più veloce di noi non dimostra che noi siamo lenti.
Dimostra soltanto che, in quel momento, quella persona corre più veloce.
Sembra una distinzione banale, ma può cambiare completamente il modo in cui interpretiamo i risultati degli altri.
Possiamo guardare qualcuno che ha raggiunto un obiettivo e sentirci inferiori, oppure possiamo chiederci cosa possiamo imparare dal suo percorso. La situazione esterna è la stessa, ma nella seconda prospettiva il confronto smette di essere una gara e diventa una fonte di informazioni.
Forse è questa la forma più sana di confronto: non chiedersi continuamente “sono meglio o peggio di lui?”, ma “che cosa posso vedere, attraverso di lui, che prima non vedevo?”.
Perché ognuno parte da un punto diverso, attraversa strade diverse e affronta ostacoli che spesso rimangono invisibili agli altri.
La vita non è una gara con un unico traguardo e una classifica definitiva. È più simile a una serie di percorsi che si incrociano per un tratto e poi prendono direzioni diverse.
E allora forse non ha molto senso chiedersi se siamo “indietro”.
Indietro rispetto a chi?
E soprattutto, rispetto a quale mappa?
Potremmo scoprire che abbiamo passato anni a cercare di vincere una gara alla quale non avevamo mai deciso di partecipare.
Il vero confronto, forse, non è con la persona che vediamo davanti a noi.
È con la persona che eravamo ieri.
Perché quella è l’unica partita nella quale conosciamo davvero tutte le regole.